| Giuseppe Bertolino prosegue il suo scandaglio
sulle matrici piatte del colore senza lasciarsi spaventare dalla
fatica di dovere affrontare la differenza minima, lo spostamento
molecolare del colore, dal pieno al vuoto e viceversa, con
effetti che ogni volta si affidano alla raffinatezza dello
spettatore, per essere notati ed apprezzati nella loro pienezza.
Il gioco è sempre basato su una specularità astratta,
silente, che si afferma come una bizantina schematizzazione del
piano che acquista un valore simbolico, per ciò che
enigmaticamente afferma e ciò che ermeticamente nega. Dittici,
trittici, polittici, assumono forma esterna verticale di
carattere ascetico, per la loro purezza metafisica, all'interno
di un'astrazione che ammette limiti solo in se stessa e forma
orizzontale di tipo corale, metaforico, inscrivendosi nel solco
di una grande tradizione, nel rapporto con l'invisibilità e con
la volontà di assolutezza del pensiero.
In essi vige la limpidezza, come atmosfera che è, interna e interiore ed esterna e avvolgente, in una compositività che non è l'esito di una pennellata, ma è il sommarsi alchemico di più tratti del colore che alla fine assumono un aspetto straniante alla maniera delle grandi policromie sottrattive verso la quiete monocromatica. Qualcuno può entrare dalla parte calda e cogliere la valenza espressiva, qualcun altro può entrare da quella fredda e cogliere la valenza analitica, situandosi in posizioni alternative, in apparenza inconciliabili, ma che alla fine toccano una sintesi, proprio nell'incerto confine che separa l'uno dall'altro, confine che è anche tratto d'unione che permette la trasmigranza, come fenomeno dinamico della stasi, quindi come evidente paradosso del paradosso. Ma siccome due negazioni fanno un'affermazione, ecco che si compone il quadro generale di un visibile che giunge al decoro olimpico di una post-modernità, che è sì quiete, ma lo è, dopo una tempesta e un impeto, come esito di lungo e meraviglioso lavoro. Francesco Gallo |
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