SPAZIA
2006

Mostra

 

“Giuseppe Bertolino azzarda alla pittura quel tanto di dolcezza che gli é già connaturata, ma anche le capacità di durezza e ci riesce ad attestare la forza della sua espressività.” 

Così scrive Francesco Gallo presentandolo in catalogo per “Contemporanea” (Forlì, Novembre 2004), e non è un caso se questo mio testo – che vuole essere un testimonianza di condivisione di clima culturale piuttosto che una immagine critica – prenda le mosse da qualche considerazione: è proprio per il suo dichiarato valore ossimorico, per la felice intuizione che l’incanto della dolcezza passi, sorprendentemente, attraverso la “durezza” della forza espressiva.

Questa contraddizione, vissuta come esperienza mentale e come pratica operativa, è alla radice della pittura di Bertolino, anzi ne determina la primaria qualità: quell’ambiguo e inquientante senso della superficie che esclude metafore o simboli troppo scoperti, che non rimanda ad altro se non alla propria matericità, eppure si carica di vibrazioni, di suoni, di grumi emozionali, di ossessioni. Sono ossessioni controllate, tenute a freno da un rigore che si dirette concettuale, o minimalista, o analitico, e che invece lascia trasparire il senso lirico di un amore per la pittura e la sua storia, per gli eterni problemi che essa pone: la luce, l’incanto del colore, l’infinito, il dialogo con se stessi, l’”ascolto” della realtà. Spesso i titoli delle sue opere più recenti – “armonia”, “rapsodia” – rivelano l’interesse per il tema della “musicalità”, che è ricerca interiore, spiritualità meditativa e forse bisogno di equilibrio nelle vertigini della nostra post-modernità.

La musicalità è visivamente accentuata da un’organizzazione dello spazio pittorico per pause, per scansioni geometriche di vuoti e di pieni, in una orchestrazione compositiva a rettangoli plurimi disposti verticalmente come spartiti musicali di una originale coralità cromatica. I colori dialogano in accordi sinfonici o si contraddicono in ricercati stridori, si acquietano in respiri più lenti, pulsano nel brusio di vibrazioni che investono ogni superficie. In quel perdersi dentro la materia pittorica nel formicolio di gesti che “disturbano” la tranquillità della superficie – ma solo per donarle una diversa e più profonda anima vitale – c’è qualcosa di orientale, qualcosa della spiritualità zen, o più semplicemente qualcosa che ha a che vedere con l’idea di una sapiente “follia” che, alla fine, è l’unica arma di difesa di cui i pittori dispongono.

La pittura di Bertolino consente slittamenti: dello sguardo, del movimento fisico, dell’attenzione visiva e dunque della percezione retinica, ma anche slittamenti di pensiero sensibile, che investono le emozioni e sollecitano ricordi, speranze, desideri.

Non è credibile, oggi, una forma d’arte che esprima certezze, che escluda il dubbio, che si affidi alla pura sapienza del mestiere, che proponga soluzioni, che indichi obiettivi.

Molto più attraente, e vera, è l’arte che, rifiutando la retorica della “strada maestra”, si avventuri nei sentieri intricati e contraddittori lungo i quali si dipanano miti, ossimori, presagi, utopie, tanto più suggestivi quanto meno esplicita appare la loro narrazione.

Bertolino percorre proprio questi sentieri e, percorrendoli, ci segnala le potenzialità evocative di un’astrazione geometrica che non reprime la propria vocazione ad essere visionaria, tanto da suggerire sogni e fantasie di paesaggi, la cui luminosità ha radici lontane, mentali ed anche morali, forse nei cieli del sublime ottocentesco o nelle atmosfere terse ed esaltanti del grande impressionismo.

 Vittorio D’Augusta - Maggio 2006

 

“Bertolino puts subtle hints of sweetness in his paintings, but his capacity of harshness also testifies the power of his expression”.

This is what Francesco Gallo writes introducing Bertolino in the catalogue for “Contemporanea” (Forlì, November 2004). This text of mine means to witness the sharing of a cultural climate rather than being a critical survey and it starts from that reflection just for its oximoric value, for its happy intuition that the enchantment of sweetness could pass amazingly through the “harshness” of expressive power.

This contradiction is lived as a poetic experience and as an operative practice as well. It is the foundation of Bertolino’s painting. It even determines its primary quality: an ambiguous and disturbing sense of the surface which excludes overt metaphors or symbols, which just recalls its own materiality and nevertheless takes on vibrations, sounds, emotional lumps, and obsessions. They are controlled obsessions, disciplined by a sort of conceptual, even minimalist or analytical rigour which shows the lyrical sense of a love for painting and its history, for the eternal problems it faces: light, colour enchantment, infinity, self-dialogue, and perception of reality. The titles of his most recent works - “armonia”, “rapsodia” – often reveal his interest for the theme of musicality, which represents an interior survey, a meditative spirituality and maybe even the need of equilibrium in the vertigos of post-modernity.

Musicality is clearly stressed by the arrangement of the painting space in pauses, in geometrical scansions of void and full spots, within a compositional orchestration made up of manifold vertical rectangular shapes, just like sheets of music of an original chromatic corality. Colours either converse with each other in symphonic accords or contradict each other in cultivated noises; they rest in slower breathes and pulse in a murmur of vibrations covering each surface. There is something Oriental in his losing himself beyond the painting material, in the prickling of gestures which “disturb” the surface tranquillity only in order to give it a different and deeper vital mind. There is something Oriental, embarking on a personal exploration of Zen spirituality. It could just be something connected to the idea of a wise “madness” which, in the end, is the only defence tool painters have.

Bertolino’s painting allows looks, physical moves, visual attentions and retinical perceptions to deviate from their traditional position; but it also involves the sensitive mind which causes emotions and recalls memories, hopes, and desires.

Nowadays, it is not credible a form of art which expresses certainties, which excludes doubts, which relies on the pure wisdom of the job, which proposes solutions and indicates aims.

The art which refuses the rhetoric of the “high road” is more fascinating and more real, because it is involved in the intricate and contradictory paths along which myths, oxymorons, omens, and utopias move. The more explicit their narration seems, the more fascinating they become.

Bertolino travels along these paths introducing ourselves to the evocative potentialities of a geometrical abstraction which does not suppress its own vocation to be visionary and suggests dreams and fantasies of landscapes whose luminosity has remote roots, both mental and moral, maybe in the skies of the eighth-century sublime or in the smooth and exciting atmospheres of the great Impressionism.

Traduzione di Elena Alcamesi

 

 

C’è profondità nell’apparente stesura compatta del colore. Anzi, ogni evidenziazione cromatica ha uno spessore non solo fisico ma organico anche quando si autopresenta in un proscenio di consistenza quasi bidimensionale. L’effetto di splendente lucidità non è detto che sia centrifugo, perché chiama ed invoca la percezione a farsi conoscenza dell’inedito che il colore stesso dischiude. I riferimenti al Suprematismo sono solo tangenziali, perché nei suoi aspetti specificatamente russi tale avanguardia ha come fondamento poetico e, sotto certi aspetti, teologico la sacralità dell’Ikona e se assume elementi di scomposizione cubofuturista li integra e, con progressiva sintesi, li astrae sino al piano cromatico del nero e del bianco, quasi ad affermare che ogni verbo segnico è piegato al silenzio, all’opportunità di non nuocere alla mistica del non rappresentabile, del limite assoluto della parola nei confronti dell’ascolto assoluto. Giuseppe Bertolino da tempo medita su questi aspetti del suo operare. E’ proprio il caso di dirlo: medita, perché i suoi telai - composti e ricomposti, spezzati e ridistribuiti, giocati e alla ricerca di  un’armonia che osa pure la trasgressione di un’opacità appena disgiunta – non nascono dal caso e non sono “gettati” sul supporto attentamente e geometricamente predisposto dalla forza operativa del gesto, ma si sedimentano nella coscienza e in quello che i medievali definivano “intelletto paziente”. Tecnica interiorizzata e studio “ruminato” e pronto all’azione non precipitosa si coniugano e si alternano: i suoi quadrati sempre simili e sempre nuovi, in una ludicità spesso faticosa, s’incastrano, si fondono, lasciano spessori e cercano passaggi tenui che utilizzano la tradizione che nasce dal passato recente e da un sapore d’industriale civiltà “della macchina”, per utilizzare una terminologia presa in prestito da una rivista famosa degli anni Sessanta. Ed è questa simbiosi che costituisce il fascino delle opere di Bertolino, e non deve destare turbamento il verbo “ruminare” sopra citato, perché nell’esperienza monacale sia benedettina che certosina tale termine indica l’ascosto assimilato (fatto carne della propria carne) della Bibbia. Questo rimuginare è allegoria del pensiero e del sentimento creativo, di una sperimentazione che ha origine dagli accostamenti, dallo stupore dell’avvicinamento qualitativo e non solo moltiplicatore di quantità. E quando anche di quantità si tratta, la similarità ci trascina verso un mosaico in formazione che non è, come oggi vien detto con appassionata anche se salottiera citazione filosofica, un sentiero interrotto.          

 Franco Patruno

There is so much depth in the apparently massive layering of colours. Each colour tone has both a physical and an organic thickness, even when it introduces itself in a proscenium which shows an almost bidimensional consistency. Its shining light effect is not necessarily centrifugal, because it calls and invokes perception in order to become knowledge of what is unknown but disclosed by the colour itself. There are only few slight connections with Suprematism, because the spirituality of icons is the poetical and even theological foundation of this Russian Avant-Garde and even if Bertolino takes on Cubo-Futurist decomposition elements, yet he integrates each other and abstracts them out into a gradual synthesis, until they get the chromatic level of black and white. Each sign verb seems therefore reduced to silence, in order not to damage the mysticism of what is not representable and of the absolute limit of words in comparison to the absolute listening. Giuseppe Bertolino has been meditating on these aspects of his work for a long time. It is worth saying he meditates because his stretcher bars do not come to light by chance, but they are composed again and again, they are broken up and redistributed, they are played and bound to look for a harmony that dares to transgress the just disjointed opacity. They are not “thrown” on the support, which is accurately and geometrically prepared by the operating force of his gesture, but they settle in his conscience and in the so-called ‘intellectus patiens’. Interiorized technique and “ruminated” study, ready for a non-precipitous action, mix and alternate: his always similar and always fresh squares, almost laboriously joking, fit and melt each other, leaving out their thicknesses and looking for tenuous passages which use the tradition coming from the recent past and from a sense of industrial ‘civilization of machines’, as a famous 60’s magazine wrote. This symbiosis gives Bertolino’s works its special charm and the above verb ‘ruminate on’ must not trouble, because Benedectine monks used to call ‘ruminatio’ the contemplative reading of the Bible, when they left behind the written word and were uplifted by its meaning. This contemplation is an allegory of the creative thought and feeling, of the experimental action of matching up, of the astonishment of quality, not only of quantity. And if it is just quantity, similarity leads us towards a mosaic in progress which is not a broken path, as nowadays someone says with a passionate, even if  philosophical quotation.

Traduzione di Elena Alcamesi

   

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