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“Giuseppe
Bertolino azzarda alla pittura quel tanto di dolcezza che gli é
già connaturata, ma anche le capacità di durezza e ci riesce ad
attestare la forza della sua espressività.”
Così scrive Francesco Gallo presentandolo in
catalogo per “Contemporanea” (Forlì, Novembre 2004), e non è un
caso se questo mio testo – che vuole essere un testimonianza di
condivisione di clima culturale piuttosto che una immagine
critica – prenda le mosse da qualche considerazione: è proprio
per il suo dichiarato valore ossimorico, per la felice
intuizione che l’incanto della dolcezza passi,
sorprendentemente, attraverso la “durezza” della forza
espressiva.
Questa contraddizione, vissuta come esperienza
mentale e come pratica operativa, è alla radice della pittura di
Bertolino, anzi ne determina la primaria qualità: quell’ambiguo
e inquientante senso della superficie che esclude metafore o
simboli troppo scoperti, che non rimanda ad altro se non alla
propria matericità, eppure si carica di vibrazioni, di suoni, di
grumi emozionali, di ossessioni. Sono ossessioni controllate,
tenute a freno da un rigore che si dirette concettuale, o
minimalista, o analitico, e che invece lascia trasparire il
senso lirico di un amore per la pittura e la sua storia, per gli
eterni problemi che essa pone: la luce, l’incanto del colore,
l’infinito, il dialogo con se stessi, l’”ascolto” della realtà.
Spesso i titoli delle sue opere più recenti – “armonia”,
“rapsodia” – rivelano l’interesse per il tema della
“musicalità”, che è ricerca interiore, spiritualità meditativa e
forse bisogno di equilibrio nelle vertigini della nostra
post-modernità.
La musicalità è visivamente accentuata da
un’organizzazione dello spazio pittorico per pause, per
scansioni geometriche di vuoti e di pieni, in una orchestrazione
compositiva a rettangoli plurimi disposti verticalmente come
spartiti musicali di una originale coralità cromatica. I colori
dialogano in accordi sinfonici o si contraddicono in ricercati
stridori, si acquietano in respiri più lenti, pulsano nel brusio
di vibrazioni che investono ogni superficie. In quel perdersi
dentro la materia pittorica nel formicolio di gesti che
“disturbano” la tranquillità della superficie – ma solo per
donarle una diversa e più profonda anima vitale – c’è qualcosa
di orientale, qualcosa della spiritualità zen, o più
semplicemente qualcosa che ha a che vedere con l’idea di una
sapiente “follia” che, alla fine, è l’unica arma di difesa di
cui i pittori dispongono.
La pittura di Bertolino consente slittamenti:
dello sguardo, del movimento fisico, dell’attenzione visiva e
dunque della percezione retinica, ma anche slittamenti di
pensiero sensibile, che investono le emozioni e sollecitano
ricordi, speranze, desideri.
Non è credibile, oggi, una forma d’arte che
esprima certezze, che escluda il dubbio, che si affidi alla pura
sapienza del mestiere, che proponga soluzioni, che indichi
obiettivi.
Molto più attraente, e vera, è l’arte che,
rifiutando la retorica della “strada maestra”, si avventuri nei
sentieri intricati e contraddittori lungo i quali si dipanano
miti, ossimori, presagi, utopie, tanto più suggestivi quanto
meno esplicita appare la loro narrazione.
Bertolino percorre proprio questi sentieri e,
percorrendoli, ci segnala le potenzialità evocative di
un’astrazione geometrica che non reprime la propria vocazione ad
essere visionaria, tanto da suggerire sogni e fantasie di
paesaggi, la cui luminosità ha radici lontane, mentali ed anche
morali, forse nei cieli del sublime ottocentesco o nelle
atmosfere terse ed esaltanti del grande impressionismo.
Vittorio D’Augusta - Maggio 2006
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“Bertolino puts subtle hints of sweetness in his paintings, but
his capacity of harshness also testifies the power of his
expression”.
This is what Francesco Gallo writes introducing Bertolino in the
catalogue for “Contemporanea” (Forlì, November 2004). This text
of mine means to witness the sharing of a cultural climate
rather than being a critical survey and it starts from that
reflection just for its oximoric value, for its happy intuition
that the enchantment of sweetness could pass amazingly through
the “harshness” of expressive power.
This contradiction is lived as a poetic experience and as an
operative practice as well. It is the foundation of Bertolino’s
painting. It even determines its primary quality: an ambiguous
and disturbing sense of the surface which excludes overt
metaphors or symbols, which just recalls its own materiality and
nevertheless takes on vibrations, sounds, emotional lumps, and
obsessions. They are controlled obsessions, disciplined by a
sort of conceptual, even minimalist or analytical rigour which
shows the lyrical sense of a love for painting and its history,
for the eternal problems it faces: light, colour enchantment,
infinity, self-dialogue, and perception of reality. The titles
of his most recent works - “armonia”, “rapsodia” – often reveal
his interest for the theme of musicality, which represents an
interior survey, a meditative spirituality and maybe even the
need of equilibrium in the vertigos of post-modernity.
Musicality is clearly stressed by the arrangement of the
painting space in pauses, in geometrical scansions of void and
full spots, within a compositional orchestration made up of
manifold vertical rectangular shapes, just like sheets of music
of an original chromatic corality. Colours either converse with
each other in symphonic accords or contradict each other in
cultivated noises; they rest in slower breathes and pulse in a
murmur of vibrations covering each surface. There is something
Oriental in his losing himself beyond the painting material, in
the prickling of gestures which “disturb” the surface
tranquillity only in order to give it a different and deeper
vital mind. There is something Oriental, embarking on a personal
exploration of Zen spirituality. It could just be something
connected to the idea of a wise “madness” which, in the end, is
the only defence tool painters have.
Bertolino’s painting allows looks, physical moves, visual
attentions and retinical perceptions to deviate from their
traditional position; but it also involves the sensitive mind
which causes emotions and recalls memories, hopes, and desires.
Nowadays, it is not credible a form of art which expresses
certainties, which excludes doubts, which relies on the pure
wisdom of the job, which proposes solutions and indicates aims.
The
art which refuses the rhetoric of the “high road” is more
fascinating and more real, because it is involved in the
intricate and contradictory paths along which myths, oxymorons,
omens, and utopias move. The more explicit their narration
seems, the more fascinating they become.
Bertolino travels along these paths introducing ourselves to the
evocative potentialities of a geometrical abstraction which does
not suppress its own vocation to be visionary and suggests
dreams and fantasies of landscapes whose luminosity has remote
roots, both mental and moral, maybe in the skies of the
eighth-century sublime or in the smooth and exciting atmospheres
of the great Impressionism.
Traduzione di
Elena Alcamesi
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