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"E'
come un pensiero d'amore, un esibirsi fuori di sé, con leggerezza, con
forza, con metafisica, con corposità, agitando una conspiratio
oppositorum che trova la sua apoteosi nella massima espressione del
segno e del colore, resa possibile da una intensa partecipazione al
fatto pittorico, tanto da annullare gran parte di flusso di coscienza.
Viene, così, esaltato il fatto gestuale che diventa il fulcro di un
passaggio dall'invisibile al visibile, costituendo, ogni volta, un
evento di grande importanza nel conformare un quadro che in realtà è
un discorso onirico sulla natura, sul suo essere figlia del dio Pan,
nella cui radice etimologica si annidano tutte le cose, da quelle più
lontane da ogni possibilità di manipolazione da parte nostra (dell'
uomo) a quelle che fuoriescono dall'intelligenza e dall'invenzione.
Perché niente sarebbe possibile se non fosse inscritto nel libro
dell'infinito, inteso come pura potenza espressa dall'ineffabile della
parola e dall'infinita contemplazione dell'ordine numerico e geometrico
che sono l'uno e il tutto da cui tutto dipende e tutti dipendiamo in una
misura che non è mai colma nel lungo tragitto che conduce (e nettamente
separa) alla radice dei bisogni,dei dolori, delle imperfezioni e li
estirpa in nome del godimento, della felicità, della corrispondenza
dell'idea della cosa, con la realtà della cosa stessa. E' la spinta da
cui nasce ogni forma d'arte astratta che si annulla le conoscenze per
fare posto alla libertà del movimento o dello stare fermo, non
prendendo mai strade definitive, ma sempre sentieri da cui è previsto
il ritorno, è previsto l'affacciarsi al vuoto sotto cui ruggisce un
magma d'infinita potenza, che può stamparsi in un volto o in una cosa e
rimanere in uno statu quo ante che non aspetta tempo né spazio, perché
entrambi li contiene nell'officina vulcanica del ribollimento, della
perdita d'identità, ma anche della costruzione olimpica in cui tutto si
veste di proporzione, di ritmo, di simmetria.
In questo senso il massimo d'astrazione tende ad essere sovrapponibile
al massimo di concretezza, nella mediazione della stessa materia che può
connotarsi in un verso o in un altro, ma non sempre e non del tutto in
modo oggettivo, bensì all'insegna del soggetto e della psicologia che
da' ad ogni cosa un nome e su quello fonda il concetto stesso di
linguaggio, di aspirazione alla libertà, ma con dentro tanta
repressione che è la rivincita del selvaggio sul civilizzato.
Si potrebbe dire che l'astrazione è di per sé un extramoenia, che non
condivide l'ordine del discorso, perché affascinata dallo spirito del
soqquadro che è tanto gigantesco quanto attento al punto che interrompe
una frase.E' una responsabilità dell'artista quella di proporre
un'opera aperta, come un campo di tante possibilità, in cui ciascuno può
inserire la propria lettura, il proprio ordine rituale, senza per questo
essere fuori, perché tutto è compreso nel gioco, che contempla tante
possibilità di fuga, come una sinfonia costruita su una molteplicità
di registri della disseminazione, come seminazione di una casualità,
che confina con tanti bordi della necessità.
Viene in mente la complessità del labirinto, coperto da una patina di
espressioni luminose che hanno il ruolo della pelle, incaricata di
emanare odori e sapori, di mettere in moto il meccanismo della sensualità,
che è un complesso, quasi un organismo complicato da tante trasversalità,
quante sono le tracce di segni tracciati per far scorrere il calore e
creare l'effetto della macula, come cancellazione del nulla originario e
dare luogo ad una visibilità inquietante, come un enigma con una
molteplicità di valenze, molte delle quali sono illusioni ottiche,
arricchimenti decorativi del lirium che fa da chiave a tutto, anche
contemplando un modulario essenzialmente barocco, spettacolare, dove
sparisce il centro, perché ogni punto sembra il punto.
E' il concetto di verità che in un clima di astrazione e di informale,
viene ad essere continuamente arricchito dalla tangente del non finito,
da questo tocco magico che suscita il colore dalla sua turpitudine
quantitativa e lo porta in una elezione di qualità, inquieta
sull'essenza di se stessa e su quella di tutto il mondo cioè del
pensiero che è tutto, perché fuori di esso che da' vita alla vista, al
tatto, mentre esiste e tutto implode verso un proprio ipotetico punto
d'origine, una sorta di darwinismo della sua coscienza e della sua
sospensione.
Solo in una logica freudiana e locaniana, utilizzata come scienza della
maieutica, è possibile innestare una logica di lettura complessa,
capace di scendere fra gli strati del colore, come nello svolgersi di
gironi infernali, quando prevale la disperazione, il senso di perdimento,
che moltiplica i movimenti, nel tentativo di trovare il passaggio verso
la luce. Ecco, la luce è il momento in cui la pittura trova se stessa e
si può mettere di fronte allo specchio, per purificarsi da tutte le
imprecisioni che derivano dal non essere per niente lineari, ma in
continua ricerca del nome come chiave per entrare nella teoria, nel
corteo intorno al monte mitico della verità, che ogni volta si rivela
come l'esito vuoto di una ricerca che s'era illusa del fine.
L'eros è il collante di tutto ciò, il tessuto che permette di
riprendere le fila della ricerca, dopo la caduta rovinosa nel caos delle
mille risposte a mille domande, in una circolarità che sembra la
metafora dell'immobilità. Del muoversi ed essere nello stesso punto, ma
anche del paradosso di non riconoscere i punti di verità già
attraversati, segnandoli come riferimenti di un discorso infinito che
nasce da Caravaggio, dal Greco e attraverso l'impressionismo giunge ad
un novecento tutto barocco nel corpo e martoriato nell'animo, dalle
mille commedie e mille tragedie di una società dello spettacolo che si
autoalimenta, per cui da un quadro ne spunta un altro, un continuo
discontinuo, che non può fare a meno di se stesso, privo com'è di una
metafora di riferimento.
Il nostro artista è costretto a vivere nella solitudine di chi sta in
mezzo ad un intrigo, ma è solo con il suo immaginario e con quello a
cui fa riferimento, scelto in un furore poetico che è come una
pozzanghera per Narciso, impossibilitato a vedere la propria immagine,
ad innamorarsene fino a morirne.E' proprio questa la disperazione
dell'eros di essere separato da una parte di se stesso e quindi dalla
pienezza che fa si che uno corrisponda ad uno e non ad una alienazione
onirica in cui tutto si perde per sfrangiamento per contaminazione
assorbente, da cui a volte vengono trasparenze di difficile lettura,
perché i piani pittorici si confondono l'uno con l'altro, a volte in
una spessa coltre cromatica, dove si perde il senso della
stratificazione, per cui l'apparenza è sempre più in là dell'essenza.
E' questa la disperazione della critica come specchio dello specchio,
eros dell'eros, inconscio dell'inconscio, di un io che è costretto a
fare i conti, sempre con il proprio doppio e così rischiando di
incorrere nel lirismo della poesia, piuttosto che nelle asperità della
ragione. Avviene così che i rossi, i verdi, i blu, i neri, i bianchi si
attacchino, come colori di una microfisica che è fatta apposta per
ingannare l'occhio, offuscato dall'eccessiva esposizione ai rigori del
vedere; un vedere che in questo caso è come un avvincente caso, di cui
tutto si può dire, fuorché che manchi del senso estetico necessario
per allargare i confini del nostro orizzonte personale e con esso la via
per rivedere le stelle."
Francesco
Gallo
[dalla
presentazione della mostra Ecstasy presso la Galleria Nuovo Segno,
Forlí, 2003] |