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Le possibilità combinatorie del linguaggio sono
moltissime, pressoché infinite, per cui ogni metafora ed ogni
fabula, possono essere utili per definire una numericità
della pittura di ricerca, nel suo lavoro sulla definizione
dell’impossibile che sfugge da tutte le parti a volte con scatti
repentini che eccitano e appassionano, altre volte
con impercettibili variazioni che inducono alla contemplazione.
Giuseppe Bertolino presidia questo versante
fortemente mentale e concettuale della pittura, indotto ad una
continua riflessione sulla forza e sulla imprevedibilità del colore,
sulla sua leggerezza e volatilità, ma anche sulla sua capacità di
resistere e imporre un proprio lessico. C’è una sofferenza e
un’estasi in questa pittura, che noi intuiamo come esito colmo di
una ansietà che si è consumata nella sua officina interiore, vera e
propria faccia nascosta di una nostra luna.
È una pittura che, nella sua immediatezza d’essere,
si configura come entità nascosta, per cui quello che si vede, non è
detto che sia quello che è, mentre quello che non si vede non è
detto che sia quello che non é. La geometria che si è impadronita
del suo estro, fa parte di un’ossessione alchemica alla
trasformazione, che è il frutto di una continua ricerca, di una
continua sperimentazione, attratta dalle spire potenti dell’ignoto,
del non detto, del non percepito, da una spiritualità matematica e
galileiana che vuole conoscere le strutture, le impalcature che
sorreggono le decorazioni e i fregi che sono in mezzo a noi, mentre
l’essenziale, quello che regge il peso stesso del linguaggio, è
costituito di lati e di angoli, di aree e di perimetri.
Di tutto ciò parla questa pittura nei suoi dittici,
trittici, polittici, che non sono un capriccio di tipo settecentesco
ma una attualissima manifestazione di estro, di solvibilità degli
impegni presi, con un filone dell’arte che ha dato grandi opere nel
secolo scorso, aprendo una prospettiva al sapere immaginario che è
altra rispetto all’espressionismo astratto, tutto giocato sul
furore della gestualità, sulla dionisiaca bolgia delle pulsioni,
mentre qui ogni gesto è controllato, ogni colore accarezzato, anche
se frutto di grande sforzo. Ma è proprio questa la calma olimpica,
non altro.
Francesco Gallo |